Le riflessioni teologiche del Primate Alessandro I°...

 

Il buon pastore

“Io sono il pastore, quello buono: il pastore, quello buono, si spoglia della propria vita per le pecore”.
Inizia così il piccolo brano del Vangelo di Giovanni (10,11-18) che leggiamo nella quarta domenica di Pasqua.
Questa espressione "spogliarsi della vita..." ritorna cinque volte in questi pochi versetti per esprimere evidentemente tutto il senso dell'esistenza di Gesù e della sua missione. Certamente allude alla Croce, ma riguarda ogni attimo della sua vita: tutto di lui è un dono, uno spogliarsi di sé per fare della sua, una vita "deposta" per le pecore.
Già nell'Antico Testamento Dio si è presentato come il pastore che guida, sostiene il popolo nel suo cammino.
Come mai sceglie proprio questa figura?
Prima di tutto, al tempo di Gesù i pastori in Israele erano veramente tantissimi, quindi tutti ne conoscevano qualcuno di persona e molti avevano fatto il pastore almeno per un periodo della propria vita.
Poi, da Abramo in avanti, per tutto il tempo in cui il popolo d'Israele aveva vissuto da nomade, la sua unica ricchezza era stata proprio la pastorizia. Se leggiamo il libro della Genesi, vediamo che tutti i patriarchi, Abramo, Isacco e Giacobbe, erano pastori ed anche Mosè, prima di incontrare il Signore nel Roveto ardente, aveva vissuto da pastore.
Non possiamo dimenticare il giovane Davide che, quando viene scelto come futuro Re d'Israele, tornava dai pascoli, insieme alle greggi del padre. Ed infine c'è la voce antica dei profeti, che avevano preannunciato un Re Pastore, cioè un sovrano che avrebbe avuto cura con amore del suo popolo, così come fa un pastore con il suo gregge.
Chi ascoltava parlare il Rabbi di Nazareth.
"Conosco le mie e le mie conoscono me": non si tratta di astratta conoscenza teologica, ma di relazione intima, personale.
Si tratta di "conoscere", "sperimentare" l'Amore come elemento essenziale costitutivo dell'esistenza umana.
Si tratta di entrare nella relazione d'Amore che lui, il pastore buono, fa gustare alle pecore, che è così profonda, così intima perché è quella che il Padre fa conoscere al Figlio: ci introduce nell'intimità della sua esperienza di relazione filiale con il Padre, la fonte dell'Amore che diventa la sua vita, che non può trattenere per sé, ma che egli offre come pastore per le pecore.
E ci parla del dono di sé fino alla Croce, estremo segno della disponibilità a lasciare che la sua vita si realizzi tutta nella relazione unica con Dio come un'onda incontenibile che dal Padre arriva al Figlio e attraverso Lui giunge a tutti gli uomini, al mondo intero.
 

+++ Mons. Alessandro Meluzzi

Primate della Chiesa Ortodossa Italiana con il nome di Alessandro I°

Arcivescovo d'Italia

Vescovo di Ravenna e Aquileia

Gran Cancelliere dell'Università Ortodossa San Giovanni Crisostomo

Le riflessioni teologiche del Primate Alessandro I°...

 

I Cristiani hanno un sol corpo

 

La scorsa domenica abbiamo sentito Gesù parlare del proprio rapporto con chi crede in lui, paragonandolo a quello di un buon pastore, tutto dedito al bene del suo gregge.
Chiaramente è una similitudine, non risulta egli abbia mai posseduto una pecora, e noi non siamo un gregge.
Ma il nostro rapporto con lui è così particolare che lo si può spiegare soltanto per approssimazione, con paragoni utili, seppur inadeguati. Ecco perché egli stesso ricorre anche ad altri paragoni, tra cui quello della pianta da frutto: un ramo dà i suoi frutti sino a quando resta saldamente attaccato al tronco, se ne viene separato inevitabilmente secca e perde la sua funzione. “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla.
Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”.
Gesù ama scegliere i suoi riferimenti tra le cose più semplici, quelle della comune esperienza. Si pone così nella tradizione degli scritti biblici, rispetto ai quali però introduce sempre una novità.
Già in passato i profeti si erano avvalsi del paragone della vite, ma avevano sempre parlato di una vigna nella sua globalità, assunta a rappresentare il popolo di cui Dio si prende cura. Gesù invece parla della singola pianta, la vite, e considera non il popolo ma i suoi singoli componenti, evidenziando il suo stretto rapporto con ciascuno di loro.
Manifesta così che, pur se insieme formiamo una comunità, il rapporto con Dio rimane essenzialmente un fatto personale.
Con l’Incarnazione di Gesù, Dio che si innesta nell’umanità e in ciascuno di noi, è accaduta una cosa straordinaria: il vignaiolo si è fatto vite, il seminatore seme, il vasaio si è fatto argilla, il Creatore creatura.
Con Cristo Gesù viene operata una conversione teologica unica in tutta la storia delle religioni e non solamente nella fede biblica. Il passaggio dalle molte viti che formano la vigna del Signore all’unica e sola vite.
Quelle antiche, anche se molte, erano viti non vere, non buone, incapaci di produrre frutti di verità. Producevano frutti di superstizione. Ora la vigna di Dio è composta di una sola vite vera.
Ma anche il nuovo popolo di Dio non è fatto di molti corpi, ma di un solo corpo: il Corpo di Cristo Gesù. La vita eterna è solo in questo corpo. Chi è fuori di esso, è carente di vita eterna.
Ogni vita fuori di questo corpo, mai potrà essere vita eterna. E’ vita secondo la terra, non è vita che discende dal Cielo. E’ vita pensata dagli uomini.

+++ Mons. Alessandro Meluzzi

Primate della Chiesa Ortodossa Italiana con il nome di Alessandro I°

Arcivescovo d'Italia

Vescovo di Ravenna e Aquileia

Gran Cancelliere dell'Università Ortodossa San Giovanni Crisostomo

BIBBIA E CHIESE ORTODOSSE



(Quaderni di Spiritualità ortodossa dell'Università O.S.G.C.- 2015
Prof. Maximus Giusio)

 

Una delle questioni più interessanti, all'interno della canonistica biblica, è la ragione per la quale sussistono, e sono state definite con maggiore completezza nel XVI e nel XVII secolo, alcune differenze  tra il canone ortodosso e quello cattolico, che tuttavia non possono precludere, od ostacolare, comuni cammini di dialogo e di spirito ecumenico e unitari sforzi esegetici ed ermeneutici. Quanto all'Antico Testamento, è acquisizione ben nota che la Chiesa ortodossa accoglie come canonici i libri contenuti nella versione greca della Bibbia detta "Settanta", realizzata ad Alessandria d'Egitto tra il III-I secolo a.C. L'ordine di elencazione oggi comunemente proposto è parzialmente diverso da quello ebraico originale, soprattutto per quanto attiene ad alcuni dei libri profetici. Anche alcuni versetti all'interno dei libri profetici sono disposti diversamente rispetto ai corrispettivi ebraici.
  
È in particolare in occasione del sinodo di Gerusalemme del 1672  che le chiese ortodosse, spcialmente quelle di rito greco, hanno stabilito in maniera definitiva il canone biblico. 

Le differenze essenziali, rispetto al canone cattolico ed agli altri canoni, attengono all'Antico Testamento. Quanto al Nuovo Testamento sono accolti pressochè da tutte le Chiese ortodosse tutti
i 27 libri.

Prima di soffermarci sulle origini teologiche e storico-dogmatiche che giustificano le divergenze presenti nei canoni, è opportuno riepilogare quali libri sono considerati "canonici" dalla sostanziale unanimità delle Chiese ortodosse nel tempo attuale.

Πεντάτευχος (Pentàteuchos, cinque astucci)
Γένεσις (Génesis, origine) - Genesi
Έξοδος (Èxodos, uscita) - Libro dell'Esodo
Λευιτικόν (Levitikón) - Levitico
Αριθμοί (Aritmòi) - Numeri
Δευτερονόμιον (Deuteronòmion, seconda legge) - Deuteronomio
Ιστορικά (Istorikà, storici)
Ιησούς του Ναυή (Iesús tu navé, Giosuè profeta) - Giosuè
Κριταί (Kritài) - Giudici
Ρουθ (Rùth) - Rut
Α' Σαμουήλ (1 Samuél) oppure Βασιλειών Α' (1 Basiléon) - 1 Samuele
Β' Σαμουήλ (2 Samuél) oppure Βασιλειών Β' (2 Basiléon) - 2 Samuele
Α' Βασιλέων (1 Basiléon) oppure Βασιλειών Γ' (3 Basiléon) - 1 Re
Β' Βασιλέων (2 Basiléon) oppure Βασιλειών Δ' (4 Basiléon) - 2 Re
Α' Χρονικών (1 Cronikòn) oppure Παραλειπομένων Α' (1 Paraleipoménon, cose aggiunte) - 1 Cronache
Β' Χρονικών (2 Cronikòn) oppure Παραλειπομένων Β' (2 Paraleipoménon, cose aggiunte) - 2 Cronache
Α' Έσδρας (1 Ésdras) - Esdra greco
Β' Έσδρας (2 Ésdras) - Esdra
Νεεμίας (Neemías) - Neemia
Εσθήρ (Esthér) - Ester con aggiunte
Ιουδίθ (Iudít)) - Giuditta
Τωβίτ (Tobít) - Tobia
Μακκαβαίων Α' (1 Makkabáion) - 1 Maccabei
Μακκαβαίων Β' (2 Makkabáion) - 2 Maccabei
Μακκαβαίων Γ' (3 Makkabáion) - 3 Maccabei
Μακκαβαίων Δ' (4 Makkabáion) - 4 Maccabei
Ποιητικά (Poietikà, poetici)
Ψαλμοί (Psalmòi) - Salmi + Salmo 151
Ωδαί (Odài) - Odi
Παροιμίαι (Paroimíai) - Proverbi
Εκκλησιαστής (Ekklesiastés, radunante) - Ecclesiaste o Qoelet
Άσμα Ασμάτων (Ásma asmáton) - Cantico dei cantici
Ιώβ (Iòb) - Giobbe
Σοφία Σολομώντος (Sofía Solomóntos) - Sapienza di Salomone - In ordine cronologico è l'ultimo libro Antico Testamento
Σοφία Σειράχ (Sofía Seirách) - Sapienza di Sirach
Ψαλμοί Σολομώντος (Psalmòi solomòntos) - Salmi di Salomone
Προφητικά (Profetikà, profetici)
Μικροί προφήτες (Mikròi profétes, profeti minori)
Ωσηέ (Oseé) - Osea
Αμώς (Amós) - Amos
Μιχαίας (Michaías) - Michea
Ιωήλ (Ioél) - Gioele
Οβδιού (Obdiú) - Abdia
Ιωνάς (Ionás) - Giona
Ναούμ (Naúm) - Naum
Αββακούμ (Abbakùm) - Abacuc
Σοφονίας (Sofonìas) - Sofonia
Αγγαίος (Aggaíos) - Aggeo
Ζαχαρίας (Zacharías) - Zaccaria
Μαλαχίας (Malachías) - Malachia
Μεγάλοι προφήτες (Megàloi profétes, profeti maggiori)
Ησαΐας (Esaìas) - Isaia
Ιερεμίας (Ieremías) - Geremia
Βαρούχ (Barúch) - Baruc
θρήνοι (Thrénoi) - Lamentazioni
Επιστολή Ιερεμίου (Epistolé Ieremíou) - Lettera di Geremia
Ιεζεκιήλ (Iezekiél) - Ezechiele
Σωσάννα (Sosànna) - Susanna
Δανιήλ (Danièl) - Daniele
include Προσευχής του Αζαρία (Proseuchés tu Azarìa) - Preghiera di Azaria
include Των Τριών Παίδων Αίνεσις (Ton triòn paìdon aìnesis) - Cantico dei tre giovani
Βηλ και Δράκων (Bel kai dràkon) - Bel e il Drago
Come è agevole ricostruire da questa elencazione, rispetto al canone cattolico quello ortodosso anzitutto aggiunge:
- Odi
- Primo libro di Esdra
- Terzo libro dei Maccabei
- Quarto libro dei Maccabei
- "Preghiera di Manasse"

 

Prof. Maximus Giusio, corepiscopo, teologo, consultore



ODI

 

(Quaderni di Spiritualità ortodossa dell'Università O.S.G.C.- 2015 Prof. Maximus Giusio)


"Odi" è un breve testo accolto dal canone biblico ortodosso, scritto in greco e contenuto nella versione greca della Bibbia detta "Settanta" e per le altre confessioni cristiane rappresenta un apocrifo dell'Antico Testamento.

Non va confuso con l'apocrifo "Odi di Salomone", distinti a loro volta dai Salmi di Salomone.Consiste in una raccolta di 14 inni (13 senza la Preghiera di Manasse) presenti nell'Antico e nel Nuovo Testamento con lievissime variazioni testuali.

È nato probabilmente come un compendio ad uso essenzialmente liturgico.

Contenuto:

Ode di Mosè nell'Esodo (Es15,1-19)
Ode di Mosè nel Deuteronomio (Dt32,1-43)
Preghiera di Anna madre di Samuele (1Re2,1-10)
Preghiera di Abacuc (Ab3,2-10)
Preghiera di Isaia (Is26,9-20)
Preghiera di Giona (Gio2,3-10)
Preghiera di Azaria (Dn3,26-45)
Inno dei tre giovani (Dn3,52-88)
Preghiera di Maria Madre di Dio (Lc1,46-55.68-79)
Ode di Isaia (Is5,1-9)
Preghiera di Ezechia (Is38,10-20)
Preghiera di Manasse (non presente nell'Antico Testamento, basata su 2Cr33,18)
Preghiera di Simeone (Lc2,29-32)
Inno del mattino (non presente nel Nuovo Testamento ma con richiami a Lc2,14;Sal144,2;118,12)

Il Quarto libro dei Maccabei è un libro compreso tra gli Apocrifi dell'Antico Testamento secondo i cattolici, accolto come canonico dalla prevalenza delle tradizioni ortodosse, ed è contenuto come appendice nella traduzione greca della Bibbia dei Settanta.


Un aspetto interessante è che se il testo è ritenuto di autore ignoto, sono diversi i Padri della Chiesa che ne attribuiscono la paternità a Giuseppe Flavio. È stato scritto in greco, verso il termine del I secolo a.C. e l'inizio del I secolo d.C..


E' evidente il suo carattere predicatorio: si presenta come una intensa omelia, che illustra il primato della pia ragione sulle passioni, ricorrendo agli esempi offerti dal martirio di Eleazaro e dei sette fratelli che è narrato in modo più acurato nel Secondo libro dei Maccabei.


La sua collocazione peculiare nella "Septuaginta" ne ha legittimato l'inserimenrto ed il mantenimento nel canone ortodosso. E' stato assai studiato anche nell'ambito delle tradizioni assire e caldee.


Prof. Maximus Giusio, corepiscopo, teologo, consultore

Le riflessioni teologiche del Primate Alessandro I°...

 

 

Credenti o non credenti

 

Celebriamo la festa dell'Ascensione del Signore leggendo Mc.16,15-20.

Questo testo è la testimonianza della vita e dei problemi della comunità cristiana, della sua esperienza del Signore risorto dopo il silenzio e la paura delle donne a cui si ferma la prima finale di Marco (Mc.16,1-8).

È una ricapitolazione delle tre apparizioni del risorto di cui parlano gli altri Vangeli, scandita dagli avverbi di tempo "prima", "dopo", "alla fine", a cui corrisponde una ribadita incredulità culminante nel rimprovero rivolto da Gesù agli Undici: sembra infatti che egli, nell'apparizione agli Undici mentre sono a tavola, sia apparso solo per rimproverarli con una particolare durezza. Infatti, mentre lungo tutto l'arco del Vangelo è sottolineata l'"incomprensione" dei discepoli, ma solo ai suoi oppositori è attribuita la "incredulità" e la "durezza di cuore", qui Gesù arriva a rimproverare proprio questo agli Undici, denunciando in loro un vero rifiuto di credere nella risurrezione.

Segue immediatamente il discorso di invio in missione. Nella comunità credente è avvenuto il passaggio dal "Vangelo" come evento nella carne di Gesù al "Vangelo" come "annuncio" e poi come "scritto".

L'"inizio del Vangelo di Gesù" giunto al suo compimento, adesso è affidato alla missione di coloro che lo portano come "annuncio" al mondo intero: adesso la comunità gusta l'esperienza della novità del Vangelo, perché Gesù "è stato elevato in cielo e siede alla destra di Dio", rimane, vivo per sempre e dà senso alla storia e ad ogni creatura.

Questa pagina testimonia il punto di arrivo della comprensione del "Vangelo" come annuncio di un evento, in cui, una volta per sempre, è raggiunta la realizzazione piena dell'uomo nella sua relazione con Dio: il Vangelo come annuncio dell'Amore ormai donato ad ogni creatura.

Per questo inizia la missione destinata all' universo, perché universale è il dono dell'Amore, missione affidata a persone appassionate. Senza questo c'è solo non senso e drammatico fallimento.

Credere o non credere il Vangelo, il "lieto annuncio": ormai la frontiera che distingue gli uomini non passa più tra puro e impuro, tra ebrei e pagani, giusti e peccatori, buoni e cattivi, maschio e femmina, ma tra coloro che credono o non credono l'Amore che ormai riempie il mondo.

 

 

+++ Mons. Alessandro Meluzzi

Primate della Chiesa Ortodossa Italiana con il nome di Alessandro I°

Arcivescovo d'Italia

Vescovo di Ravenna e Aquileia

Gran Cancelliere dell'Università Ortodossa San Giovanni Crisostomo